CELLULE PARROCCHIALI DI EVANGELIZZAZIONE
ANNO PASTORALE 2005/2006
In questo incontro di cellula Vi invito a
riflettere insieme sulla presentazione che
Papa Benedetto XVI ha scritto per i lettori
della "Famiglia Cristiana" a proposito
della sua prima Enciclica. Se siete d'accordo
(prego i leaders di darmene conferma) potrebbe
l'enciclica essere l'oggetto dei prossimi
insegnamenti: naturalmente dovremo averla
tutti in mano!
Sono lieto che Famiglia Cristiana vi invii
a casa il testo della mia enciclica e dia
a me la possibilità di accompagnarla con
poche parole che vogliono facilitare l'accosta
mento alla lettura. All'inizio, infatti,
il testo può apparire un po' difficile e
teorico. Quando, però, ci si inoltra nella
lettura risulta evidente che io ho solo voluto
rispondere a un paio di domande molto concrete
per la vita cristiana.
La prima domanda è la seguente: si può davvero
amare Dio? E ancora: l'amore può essere imposto?
Non è un sentimento che abbiamo o non abbiamo?
La risposta alla prima domanda è: sì, possiamo
amare Dio, dato che Egli non è ri- masto
in una distanza irraggiungibile, ma è entrato
ed entra nella nostra vita. Viene verso di
noi, verso ciascuno di noi, nei sacramenti
attraverso i quali opera nella nostra esistenza;
con la fede della Chiesa, attraverso la quale
si rivolge a noi; facendoci incontrare uomini,
che sono da lui toccati, e trasmettono la
sua luce; con le disposizioni attraverso
le quali interviene nella nostra vita; con
i segni della creazione, che ci ha donato.
Egli non ci ha solo offerto l'amore, bensì
lo ha vissuto per primo e bussa in tanti
modi al nostro cuore per suscitare il nostro
amore di risposta. L'amore non è solo un
sentimento, vi appartengono anche la volontà
e l'intelligenza. Con la sua parola, Dio
si rivolge alla nostra intelligenza, alla
nostra volontà e al nostro sentimento di
modo che possiamo imparare ad amarlo "con
tutto il cuore e tutta l'anima". L'amore,
infatti, non lo troviamo già bello e pronto,
ma cresce; per così dire noi possiamo impararlo
lentamente in modo che sempre più esso abbracci
tutte le nostre forze e ci apra la strada
per una vita retta.
La seconda domanda è la seguente: possiamo
davvero amare il "prossimo", che
ci è estraneo o addirittura antipatico? Sì,
lo possiamo, se siamo amici di Dio. Se siamo
amici di Cristo e in questo modo ci diventa
sempre più chiaro che egli ci ha amato e
ci ama, benche spesso noi distogliamo da
lui il nostro sguardo e viviamo seguendo
altri orientamenti. Se però la sua amicizia
diventerà, a poco a poco, per noi importante
e incisiva, allora cominceremo a voler bene
a coloro ai quali lui vuole bene e che hanno
bisogno del mio aiuto. Egli vuole che noi
diventiamo amici dei suoi amici e noi lo
possiamo se gli siamo interiormente vicini.
Da ultimo vi è la domanda: con i suoi comandamenti
e i suoi divieti la Chiesa non ci rende amara
la gioia dell'eros, dell'essere amati, che
ci spinge all'altro e vuole diventare unione?
Nell'enciclica ho cercato di dimostrare che
la promessa più profonda dell'eros può maturare
solo quando non cerchiamo di afferrare la
felicità repentina. AI contrario troviamo
insieme la pazienza di scoprire sempre più
l'altro nel profondo, nella totalità di corpo
e anima, di modo che da ultimo la felicità
dell'altro diventi più importante della mia.
Allora non si vuole più solo prendere, ma
donare e proprio in questa liberazione dall'io
l'uomo trova se stesso e diviene colmo di
gioia.
Nell'enciclica parlo di un percorso di purificazioni
e maturazioni necessario perché la vera promessa
dell'eros possa adempiersi. Il linguaggio
della tradizione l'ha chiamato "educazione
alla castità", che, da ultimo, non significa
altro che l'apprendimento dell'amore intero
nella pazienza della crescita e della maturazione.
Nella seconda parte si parla della carità,
il servizio d'amore comunitario della Chiesa
per tutti coloro che soffrono nel corpo o
nell'anima e hanno bisogno del dono dell'amore.
Qui si presentano anzitutto due domande:
la Chiesa non può lasciare questo servizio
alle altre organizzazioni filantropiche che
si formano in molti modi? Ecco la risposta:
no, la Chiesa non lo può fare. Essa deve
praticare l'amore per il prossimo anche come
comunità, altrimenti annuncia il Dio dell'amore
in modo incompleto e insufficiente.
La seconda domanda: non bisognerebbe piuttosto
tendere a un ordine della giustizia in cui
non vi sono più i bisognosi e per questo
la carità diventa superflua? Ecco la risposta:
indubbiamente il fine della politica è creare
un giusto ordinamento della società, in cui
a ciascuno viene riconosciuto il suo e nessuno
soffre di miseria. In questo senso, la giustizia
è il vero scopo della politica, così come
lo è la pace che non può esistere senza giustizia.
Di sua natura la Chiesa non fa politica in
prima persona, bensì rispetta l'autonomia
dello Stato e del suo ordinamento.
La ricerca di questo ordinamento della giustizia
spetta alla ragione comune, così come la
politica è interesse di tutti i cittadini.
Spesso, però, la ragione è accecata da interessi
e dalla volontà di potere. La fede serve
a purificare la ragione, perché possa vedere
e decidere correttamente. È compito allora
della Chiesa di guarire la ragione e di rafforzare
la volontà di bene. In questo senso - senza
fare essa stella politica - la Chiesa partecipa
appassionatamente alla battaglia per la giustizia.
Ai cristiani impegnati nelle professioni
pubbliche spetta nell'agire politico di aprire
sempre nuove strade della giustizia.
Questa, però, è solo la prima metà della
risposta alla nostra domanda. La seconda
metà, che a me sta particolarmente a cuore
nell'enciclica, dice: la giustizia non può
mai rendere superfluo l'amore. AI di là della
giustizia, l'uomo avrà sempre bisogno di
amore, che solo dà un'anima alla giustizia.
In un mondo talmente ferito come lo sperimentiamo
ai nostri giorni, non c'è davvero bisogno
di dimostrare quanto detto. Il mondo si aspetta
la testimonianza dell'amore cristiano che
ci viene ispirato dalla fede. Nel nostro
mondo, spesso così buio, con questo amore
brilla la luce di Dio".
Benedictus PP XVI
![]() |
||||
home | cellule | cellule a S. Gabriele | anno 2005/2006 | indice generale |